Comfort Women Donne di Conforto in Asia

Pubblicato il 26 settembre 2026 alle ore 13:52

Un lato piu oscuro della storia asiatica

di Lorenza Marini 

Dietro la facciata di modernità, efficienza e cultura pop che il Giappone mostra al mondo, si cela una pagina di storia buia e dolorosa che continua a incrinare i rapporti diplomatici con i paesi vicini. Al centro di questa ferita ci sono le cosiddette comfort women, o ianfu in giapponese, un eufemismo crudele per definire una delle più grandi tragedie di schiavitù sessuale di massa del ventesimo secolo.

Tra gli anni trenta e la fine della seconda guerra mondiale, l'esercito imperiale giapponese ha organizzato e gestito un sistema sistematico di campi di detenzione e bordelli militari, noti appunto come stazioni di comfort, sparsi in tutti i territori occupati in Asia. Decine di migliaia di donne e ragazze, stimate tra le ventimila e le centomila, furono prelevate a forza, ingannate con false promesse di lavori onesti come sarta o infermiera, o strappate dalle loro case in Corea, Cina, Taiwan, Filippine e in altre aree del Sud-est asiatico. La stragrande maggioranza di queste vittime, circa l'ottanta per cento, proveniva dalla Corea, che all'epoca era sotto il giogo coloniale giapponese.

Queste ragazze hanno vissuto

un incubo indicibile.

Chiuse in spazi ristretti e sorvegliate a vista, subivano stupri ripetuti e violenze inaudite da parte dei soldati ogni singolo giorno. Molte di loro persero la vita a causa delle botte, delle malattie, delle infezioni o per i tentativi di suicidio per sfuggire a quella depravazione legalizzata dallo stato. Chi è riuscito a sopravvivere ed è tornato a casa alla fine del conflitto si è trovato a fare i conti con un trauma devastante ecosa non meno grave, con il silenzio forzato. A causa del forte stigma sociale legato all'onore e ai valori patriarcali tradizionali dell'epoca, la maggior parte di queste donne ha dovuto seppellire il proprio passato, tacendo per decenni per evitare di essere emarginata o ripudiata dalle stesse famiglie.

Il muro del silenzio

Il muro del silenzio ha iniziato a incrinarsi solo all'inizio degli anni novanta, quando ex vittime coraggiose come Kim Hak-sun hanno rotto il silenzio per prime, denunciando pubblicamente gli orrori subiti e diventando il simbolo di una battaglia internazionale per la verità e la giustizia. Insieme a lei, altre sopravvissute coreane e asiatiche hanno trovato la forza di metterci la faccia, pretendendo scuse ufficiali dal governo di Tokyo. Da allora, la questione è diventata un caso politico incandescente, alimentato anche dalle manifestazioni settimanali che da decenni si tengono davanti all'ambasciata giapponese a Seoul.

Le statue della pace 

Proprio in quel luogo, nel dicembre del 2011 in occasione della millesima protesta, è stata installata per la prima volta la Statua della Pace. Si tratta di un'opera d'arte altamente simbolica: raffigura una giovane donna in abito tradizionale coreano seduta su una sedia, con lo sguardo fiero e rivolto verso l'ambasciata. Accanto a lei c'è una sedia vuota, che invita i passanti a sedersi per riflettere e identificarsi con le vittime, mentre l'ombra della ragazza dipinta a terra ha la forma di una vecchia contadina, a simboleggiare il tempo passato invano in attesa di giustizia.

Negli anni, la Statua della Pace è diventata un vero e proprio simbolo globale dei diritti umani e della lotta contro la violenza di genere nei conflitti bellici. Copie e repliche di questo monumento sono state installate in decine di altre città in tutto il mondo, da Busan e Jeju in Corea del Sud fino a diverse località negli Stati Uniti, in Canada, in Germania e in Australia, scatenando ogni volta forti tensioni e proteste diplomatiche da parte del governo giapponese che ne chiede la rimozione.

Il nocciolo del problema, che impedisce una vera e sincera riconciliazione tra Tokyo e i paesi limitrofi, sta nella resistenza della politica giapponese. Lo stesso per il Massacro di Nachino, vi consiglio di riandare a leggere il mio articolo in merito e il capitolo nel mio libro. 

Sebbene nel corso degli anni ci siano state timide ammissioni e fondi di risarcimento privati o statali, ampi settori del nazionalismo conservatore giapponese continuano a sminuire la portata del fenomeno, cercando di ridurlo a semplice prostituzione consenziente o negando il coinvolgimento diretto dell'esercito imperiale.

Ieri come oggi 

Se guardiamo a quello che succede nei conflitti di oggi, nel 2026, la storia purtroppo si ripete con modalità spaventosamente simili, confermando che l'uso della violenza di genere come arma strategica di guerra non è un reperto del passato ma una costante drammatica dei conflitti moderni.

  • I conflitti in Ucraina: Le inchieste delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali per i diritti umani continuano a documentare decine di casi di violenze sessuali, stupri e abusi compiuti dai soldati nei territori occupati. Come accadeva nel secolo scorso, la violenza sui civili e sulle donne viene utilizzata sistematicamente come strumento di terrore, umiliazione e sottomissione della popolazione locale.
  • Le crisi e le guerre civili in Africa subsahariana (come in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo): In contesti di conflitto prolungato e milizie armate, lo stupro di massa e la riduzione in schiavitù sessuale vengono impiegati regolarmente e deliberatamente come tattiche di guerra per distruggere il tessuto sociale delle comunità nemiche, esattamente come accadeva nei territori occupati dall'esercito imperiale.
  • Le zone di crisi in Medio Oriente: Nei recenti teatri di guerra e nei territori segnati da fondamentalismo e scontri armati, il rapimento, la tratta e la strumentalizzazione dei corpi delle donne da parte di gruppi armati e forze regolari continuano a rappresentare una piaga invisibile ma sistematica, spesso coperta dall impunità totale dei carnefici.

Ieri come oggi, la meccanica del potere bellico non cambia: i corpi delle donne continuano a essere trattati dai comandi militari come un vero e proprio fronte di battaglia.

Film che consiglio 

Per chi vuole approfondire questa drammatica pagina di storia attraverso il cinema, ci sono alcune pellicole fondamentali che meritano di essere viste.

Tra queste spicca I Can Speak (2017), un film che mescola abilmente toni leggeri e drammatici raccontando l'amicizia inaspettata tra un giovane impiegato pubblico e un'anziana donna determinata a imparare l'inglese per poter andare a denunciare i crimini di guerra giapponesi davanti al parlamento statunitense.

Di tutt'altro tono, molto più crudo e incentrato sulla resistenza disperata all'interno dei campi, è The Battleship Island (2017), che pur raccontando principalmente il dramma dei lavoratori costretti ai lavori forzati, offre uno spaccato potentissimo della brutalità del colonialismo giapponese.

Un altro titolo imperdibile è Spirits' Homecoming (2016), un film drammatico basato sulle testimonianze reali delle sopravvissute, che racconta con delicatezza e crudezza insieme il rapimento e l'inferno vissuto da due giovanissime ragazze coreane

Voltarsi dall'altra parte o liquidare la faccenda come una pratica superata non serve a cancellare i fatti. La storia delle comfort women resta un promemoria spietato di quanto l'essere umano possa spingersi in basso sotto la copertura della macchina bellica e dimostra che nessuna nazione può definirsi veramente moderna se non ha il coraggio di guardare dritta negli occhi i propri scheletri nell'armadio

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