Lorenza Marini
La gioventù cinese: da fame di futuro a stanchezza di presente
Ci sono temi che non si possono affrontare senza partire da sé.
E la gioventù cinese è uno di questi.
Quando studiavo a Pechino — ne parlo anche nel mio libro, che potete leggere gratuitamente qua sul mio blog— vivevo immersa in un’energia che oggi sembra appartenere a un’altra epoca.
All’Università di Lingue, i miei compagni cinesi erano diligenti fino all’ascetismo: studiavano dodici ore al giorno, vivevano in dormitorio, mangiavano noodles istantanei e si preparavano a un futuro che immaginavano luminoso, quasi inevitabile.
Erano figli della Cina che si era appena aperta, della generazione che aveva visto i genitori passare dalla bicicletta alla moto, dalla moto all’auto, dall’auto al primo appartamento comprato con sacrifici titanici.
Io avevo vent’anni.
Loro ne avevano diciotto, diciannove, venti.
E già allora mi colpiva quella fame di futuro che sembrava scolpita nei loro occhi.
La Cina dei Duemila: un Paese che correva
più veloce dei suoi abitanti
Quando poi iniziai a lavorare a Pechino — prima in ambasciata, poi in hotel — mi ritrovai circondata da una generazione di trentenni e quarantenni che oggi definirei “i costruttori”.
Erano uomini e donne che spaccavano il mondo: lavoravano senza sosta, imparavano tutto, si reinventavano, si buttavano.
Era l’epoca in cui il Chinese Dream non era uno slogan, ma una promessa concreta.
La Cina cresceva a due cifre,
Shanghai era un cantiere a cielo aperto,
Shenzhen un laboratorio futurista,
Pechino un mosaico di ambizioni.
Anche noi expats laowai 老外 (stranieri) vivevamo dentro quella accelerazione.
Facevamo carriera a una velocità impensabile in Europa:
• un mio amico, chirurgo, ingrandiva occhi alle cinesi che volevano sembrare più “internazionali”;
• un altro, architetto, lavorava a Shanghai quando era ancora tutta da costruire;
• a Shenzhen, chiunque avesse un’idea trovava un investitore, un capannone, un team.
Era un mondo dove tutto sembrava possibile.
E la gioventù cinese era il motore di quella corsa.
Ed anch’io cavalcavo l’onda e non avevo nessuna intenzione di rientrare in Italia …
Oggi: un’altra Cina
Vent’anni dopo, parlo con quegli stessi colleghi e amici.
Alcuni hanno figli, altri no.
Alcuni hanno fatto fortuna, altri hanno cambiato vita.
Tutti, però, mi dicono la stessa cosa:
la nuova generazione cinese non è più quella di allora.
quella dello stili di vita osannato da Jack Ma ovvero
996
lavorare dalle 9am alle 9pm
sei giorni su sette
Non per mancanza di talento.
Non per mancanza di intelligenza.
Ma per mancanza di fame.
I loro genitori — la generazione dei miei coetanei cinesi di allora — erano cresciuti nella scarsità.
Avevano visto la povertà, la disciplina, la collettività, la trasformazione.
Avevano interiorizzato l’idea che il futuro si conquista, non si eredita.
I giovani di oggi, invece, sono nati in un Paese già ricco, già moderno, già strutturato.
E questo cambia tutto.
Gli “sdraiati” (躺平族): la generazione che si rifiuta di correre
Negli ultimi anni in Cina è esploso il fenomeno degli sdraiati, i tang ping zu: giovani dai 15 ai circa 40 anni che scelgono di non competere, non correre, non sacrificarsi.
Non vogliono la carriera a tutti i costi, non vogliono il matrimonio imposto, non vogliono comprare una casa a prezzi impossibili.
È una forma di resistenza silenziosa.
Una dichiarazione: “Non giochiamo più a un gioco che non possiamo vincere”.
E non riguarda solo i ventenni.
Riguarda anche i trentenni che hanno visto i genitori lavorare fino allo sfinimento e non vogliono ripetere lo stesso copione.
I quarantenni di oggi: la generazione ponte
I miei coetanei cinesi oggi sono la generazione ponte.
Hanno vissuto la Cina povera e la Cina ricca.
Hanno costruito tutto, ma ora si trovano schiacciati tra:
• genitori anziani da mantenere,
• figli da educare quando e se ci sono ,
• un mercato del lavoro più competitivo,
• un costo della vita esploso,
• un ritmo che non è più sostenibile.
Sono stanchi.
Sono consapevoli.
E guardano i giovani con un misto di tenerezza e tanta tantissima preoccupazione.
I sedicenni di oggi: iperconnessi, iperprotetti, iperconsapevoli
La nuova generazione — i sedicenni, i diciottenni — è diversa da tutte le precedenti.
Sono cresciuti con:
• smartphone,
• super‑app,
• intelligenza artificiale,
• scuole competitive,
• famiglie con un solo figlio,
• aspettative altissime,
• un mondo che cambia troppo in fretta.
Sono più globali, più informati, più sensibili.
Ma anche più ansiosi, più fragili, più incerti.
Non hanno vissuto la fame dei genitori.
Non hanno vissuto la corsa dei fratelli maggiori.
Vivono in un Paese che ha già raggiunto il futuro e ora deve capire come abitarlo.
La Cina cambia e i giovani cambiano con lei
La gioventù cinese non è un blocco unico.
È un mosaico di epoche, di pressioni, di sogni.
• I giovani del 2000 correvano perché il futuro era una promessa.
• I quarantenni di oggi rallentano perché il futuro è diventato un peso.
• I sedicenni di oggi osservano, analizzano, scelgono: non vogliono ripetere gli errori di nessuno.
E forse è proprio questo il punto:
la Cina non è più il Paese che deve costruire tutto.
È il Paese che deve capire cosa fare di ciò che ha costruito.
E la sua gioventù — con le sue stanchezze, le sue ribellioni silenziose, le sue nuove sensibilità — è lo specchio più sincero di questa trasformazione.
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