Cina e Iran

Pubblicato il 3 marzo 2026 alle ore 18:44

Lorenza Marini 

Io non sono un’esperta di geopolitica.
Sono solo curiosa—e quando sono curiosa, leggo.
Ho letto articoli in cinese, ho parlato con amici cinesi sparsi tra Pechino, Shanghai e Shenzhen…
e tutti mi ripetono una parola chiave della diplomazia cinese: “sviluppo pacifico”.

Cosa vuol dire “sviluppo pacifico” quando parliamo di Cina, Iran, Stati Uniti, Israele
e di un Medio Oriente che, ancora una volta, rischia di incendiarsi?

 

Negli ultimi anni, Cina e Iran hanno firmato

un accordo di cooperazione di 25 anni:
un quadro strategico che tocca energia, infrastrutture, trasporti, tecnologia, sicurezza. 
Non è un’alleanza militare in stile NATO,
ma una strada di lungo periodo:
petrolio iraniano, investimenti cinesi,
e l’inserimento dell’Iran nelle rotte della Belt and Road, la Nuova Via della Seta.

 

Per Teheran, la Cina è:

• mercato per il suo petrolio,
• ombrello diplomatico al Consiglio di Sicurezza ONU,
• soprattutto un partner che non le fa lezioni sui

“valori occidentali”.


Per Pechino, l’Iran è:

• un nodo energetico tra Golfo Persico, Asia Centrale e Mediterraneo,
• un pezzo del puzzle per collegare Asia ed Europa,
• una carta da giocare nei rapporti con Washington.

 

Ora immaginiamo la scena che ahimè sta succedendo :
USA e Israele colpiscono l’Iran.
L’Iran risponde.
Il rischio è che il conflitto esca dai confini “controllabili”
e trascini dentro tutti:
Stati Uniti, Israele, mondo arabo, Russia… e, in modo più silenzioso, anche la Cina.

La Cina ufficialmente ripete sempre le stesse parole:
“dialogo”, “cessate il fuoco”, “rispetto della sovranità”, “no alle sanzioni unilaterali”.
È il linguaggio standard del “cammino di sviluppo pacifico”:
io non ti attacco, tu non mi attacchi,
facciamo affari, costruiamo porti, ferrovie, cavi, 5G.

Ma dietro questo linguaggio morbido c’è una realtà durissima:
se il Medio Oriente esplode,
saltano rotte energetiche, prezzi del petrolio, stabilità dei mercati.
E la Cina, che importa enormi quantità di energia dal Golfo,
non può permettersi un caos infinito.


Allo stesso tempo se gli Stati Uniti si impantanano in un nuovo fronte con l’Iran,

deviano attenzione, risorse, diplomazia
dalla vera partita strategica per Pechino: l’Indo‑Pacifico e il contenimento della Cina.

E qui arriva la domanda scomoda:
e se fosse una trappola?

Se anche gli USA “vincessero” militarmente contro l’Iran,
chi ne uscirebbe più forte nella regione?
Molti analisti dicono: Israele,
che vedrebbe un rivale regionale indebolito,
mentre gli Stati Uniti pagherebbero il costo politico, militare, economico di un’altra guerra.

 

Non è solo idealismo:

è posizionamento strategico.
Pechino vuole apparire come il grande mediatore responsabile,
mentre gli Stati Uniti vengono percepiti come il poliziotto che interviene sempre con le armi.

 

Per capire il presente, dobbiamo guardare al passato:

Iran‑Iraq (1980‑1988): una guerra devastante, con gas, trincee, milioni di vittime.
L’Iran esce isolato ma temprato, con una narrativa di resistenza.
Rivoluzione islamica del 1979: rottura con gli USA, assalto all’ambasciata, sanzioni a catena.
Programma nucleare iraniano: accordo del 2015 (JCPOA), poi ritiro degli USA nel 2018,
e da lì escalation di sfiducia e provocazioni.
• In tutto questo, la Cina resta sullo sfondo,
comprando petrolio, votando all’ONU,
e costruendo lentamente la sua rete di influenza.

 

Gli articoli che ho letto  insistono su tre idee chiave:

1. “Multipolarità”
Il mondo non deve essere dominato da un solo polo (gli USA),
ma da più centri di potere: Cina, Russia, UE, mondo islamico, ecc.
2. “Sicurezza indivisibile”
Nessun Paese può sentirsi sicuro se i vicini sono in fiamme.
Quindi, bombardare l’Iran non porta sicurezza duratura a nessuno.
3. “Sviluppo prima, ideologia dopo”
Prima si costruiscono strade, porti, gasdotti,
poi si discute di valori, democrazia, modelli politici.


Se vuoi cercarli, guarda articoli su:

• il 25‑year Cooperation Program tra Cina e Iran su China Daily

https://moderndiplomacy.eu/2021/05/27/iran-china-25-year-cooperation-agreement-an-updated-chinese-strategy-toward-the-middle-east/


• analisi accademiche di studiosi come Fan Hongda sulle relazioni sino‑iraniane

https://global.chinadaily.com.cn/a/202104/01/WS60651b69a31024ad0bab2e5d.html?utm_source=copilot.com

• e i commenti dei think tank mediorientali sull’accordo strategico del 2021. 


https://carnegieendowment.org/sada/2021/08/will-the-sino-iranian-agreement-serve-the-ambitious-geopolitical-interests-of-china


https://mideast.shisu.edu.cn/e8/c1/c3996a190657/page.htm?utm_source=copilot.com

 

 

Quindi, cosa succede ora?

 

Se l’escalation USA‑Israele‑Iran continua,
la Cina cercherà di non farsi trascinare militarmente,
ma userà ogni crisi per rafforzare la sua immagine di potenza responsabile.


Se invece si apre uno spiraglio di negoziato,
Pechino proverà a sedersi al tavolo come mediatore,
capitalizzando il suo rapporto con Teheran
e i suoi canali con il mondo arabo e con Israele.


In entrambi i casi, il messaggio cinese resta lo stesso:
“Noi costruiamo. Voi, se volete, continuate a bombardare.
Alla fine, chi ricostruisce… saremo comunque noi.”

 

Io non ho la risposta definitiva.
Non so chi “vincerà” questa partita.
Ma una cosa l’ho capita:

quando sentiamo “Cina e Iran”,
non dobbiamo pensare solo a missili e sanzioni,
ma a contratti di 25 anni,
a porti, ferrovie, oleodotti,
e a una parola che sembra morbida ma è durissima:
sviluppo pacifico.

 

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